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L'Unione vara un codice etico. Non candidati i soggetti condannati in primo grado. Depositate motivazioni sentenza Alta Mafia.
Notiziario di Martedì 24 Gennaio 2006

L’Unione siciliana vara un codice etico della politica. Si tratta di un documento a disposizione dei partiti, i quali si impegnano a non candidare quanti abbiano riportato condanne in primo grado o siano rinviati a giudizio. Un modo per moralizzare la vita politica soprattutto in Sicilia. E la decisione di dare vita ad un codice etico della politica cade all’indomani della motivazione della sentenza pronunciata il 28 luglio scorso con la quale il GUP di Palermo ha condannato alcuni imputati arrestati nell’agrigentino nell’operazione Alta Mafia. Dalla motivazione emerge il ruolo primario del gruppo politico di Lo Giudice sulla mafia. I nostri servizi.
I candidati dell'Unione alle prossime elezioni regionali dovranno sottoscrivere un codice etico che ha l'obiettivo di eliminare qualsiasi sospetto di contiguità mafiosa. In caso contrario non potranno correre per un seggio all'Ars, né svolgere un ruolo nell'eventuale governo guidato da Rita Borsellino. E' quanto emerso da un incontro, che si è svolto a Palermo, fra il candidato della coalizione alla presidenza della Regione, Rita Borsellino e i rappresentanti dei partiti dell'Unione. Codice etico che varrà anche per i candidati alle elezioni politiche fissate, salvo rinvii dell’ultima or<, per il 9 aprile prossimo. Sono stati i commissari nell’Antimafia nazionale del centrosinistra ad invitare i segretari e i presidenti dei partiti dell’Ulivo affinchè escludano dalle liste i candidati che hanno riportato una condanna, anche solo di primo grado, per reati gravi tra i quali quelli di mafia. Documento che ha trovato breccia anche in due esponenti della maggioranza, Angela Napoli di AN e Massimo Grillo dell’Udc che l’hanno sottoscritto. Per in commissari anche un semplice rinvio a giudizio, se viene contestato un delitto allarmante. deve bastare per escludere dalle liste il candidato indagato. Attraverso il codice etico, si sostiene nell’Unione, i partiti si dovrebbero impegnare a escludere dalle liste dei candidati al Senato e alla Camera, alle assemblee regionali ed ai consigli provinciali, comunali e circoscrizionali, tutti coloro che siano stati condannati anche solo con sentenza di primo grado per una serie ben specifica e delimitata di delitti e, per i reati più gravi tra questi, anche coloro che siano stati rinviati a giudizio. I reati che portano all'esclusione dalle liste elettorali sono omicidio volontario, lesioni gravissime, sequestro di persona, traffico di droga, estorsione, usura, reati di mafia, concorso nell'associazione mafiosa e favoreggiamento, corruzione, concussione, bancarotta fraudolenta e falso in bilancio. E nel corso dell'incontro di ieri tra la Borsellino e i vertici dell’Unione siciliana, si è inoltre discusso dell'organizzazione della campagna elettorale: ogni partito nei prossimi giorni indicherà un proprio rappresentante nel comitato organizzativo e per le risorse" e nel "comitato per il cantiere programmatico", che coinvolgerà anche i movimenti. Durante l'incontro si è anche discusso dell'eventualità di presentare una "lista del presidente", ma questa ipotesi sembra perdere quota dopo che più di una forza politica ha espresso le proprie perplessità.
Una sentenza storica, destinata a lasciare il segno. E’ quella pronunciata lo scorso 28 luglio dal GUP del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, di cui in questi giorni sono state rese note le motivazioni, che ha condannato 21 imputati del processo Alta Mafia, dal nome dell’omonima operazione che il 29 marzo del 2004 portò all’arresto di una quarantina di persone, tra cui l’ex deputato UDC, Vincenzo Lo Giudice. Un vero e proprio sistema d’affari, al cui tavolo sedevano proprio tutti: politici, imprenditori, funzionari pubblici e mafiosi. Una vera e propria zona grigia che, secondo gli inquirenti, dal 2000 ad oggi avrebbe condizionato la vita politico-elettorale in provincia di Agrigento, ed in particolare nella zona di Canicattì. Un comitato d’affari, secondo il giudice, al cui vertice ci sarebbe proprio la politica, con la mafia destinata a receitare un ruolo subalterno. In pratica, uno stravolgimento di quello che sino ad oggi era conosciuto come il patto del tavolino. Per il GUP è proprio l’uomo politico, Vincenzo Lo Giudice, a manovrare le fila, come emerso non tanto dalle dichiarazioni dei pentiti, quanto dalle numerose intercettazioni ambientali effettuate dalla Polizia anche a sorprese. Conversazioni dalle quali emerge che Lo Giudice, nel 2001, fu eletto deputato senza il contributo decisivo delle cosche di Agrigento e Canicattì. Le attività illecite di Lo Giudice, secondo il Gup, solo a tratti incrocia i destini del sodalizio mafioso, facendo piuttosto affidamento ad imprenditori, amministratori e liberi professinisti che rappresentano l’ala militare del gruppo politico. E così è Lo Giudice, sempre secondo il GUP, a decidere sull’aggiudicazione degli appalti. Insomma, il capo è il politico e non il mafioso. Motivazioni, quelle del Gup Morosini, contestate dalla difesa di Lo Giudice. Per l’avvocato Roberto Tricoli si tratta di un nuovo approccio alla questione e modifica l’assetto giurisprudenziale del maxiprocesso di Falcone e Borsellino, secondo cui Cosa Nostra non era sottoposta a nessuno, meno che mai alla politica.
 
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